SEGNALAZIONE a cura di Maddalena Martini

Viaggio tra i monasteri alle radici dell’Europa

Perché ho scelto questo libro? Apprezzo da sempre le descrizioni dei Viaggi di Rumiz, che ammiro e affettuosamente invidio per la possibilità di fare questi viaggi in condizioni per me impossibili. Le sue descrizioni mi fanno partecipare, seguo i suoi passi, vedo i paesaggi, partecipo agli incontri , momenti di contatti umani genuini, vedo i colori dei paesaggi, sento gli odori, assaporo il cibo, mi ritempro nei suoi riposi e godo delle sue scoperte. Questo viaggio è particolare, è un viaggio anche molto interiore, la spiritualità lo permia, è palpabile, imprevista in chi non ha mai fatto professione di fede ma che sente fortemente le radici della nostra cultura europea legate al cristianesimo ed in particolare all’ azione unificante dei monasteri. Ora et labora, per me diventa cogita et labora, in una rete di cultura, storia, paesaggi che fanno parte di me, di noi Europei. Con Rumiz sento forte queste radici, ed anche il rischio dell’imbarbarimento degli ultimi tempi, dei pericoli derivati da una non cultura, anzi, disprezzo per la cultura che può portare ad un disprezzi dei valori fondanti dei rapporti umani. Leggere queste pagine mi danno speranza, alla sera rileggere qualche pp mi permette di addormentarmi in serenità, e non è poco.

Che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula semplicissima, ora et labora. Lo fecero nel momento peggiore, negli anni di violenza e anarchia che seguirono la caduta dell’Impero romano, quando le invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Ondate violente, spietate, pagane. Unni, Vandali, Visigoti, Longobardi, Slavi e i ferocissimi Ungari. Li cristianizzarono e li resero europei con la sola forza dell’esempio. Salvarono una cultura millenaria, rimisero in ordine un territorio devastato e in preda all’abbandono. Costruirono, con i monasteri, dei formidabili presidi di resistenza alla dissoluzione. Sono i discepoli di Benedetto da Norcia, il santo protettore d’Europa. Li ho cercati nelle loro abbazie, dall’Atlantico fino alle sponde del Danubio. Luoghi più forti delle invasioni e delle guerre. Gli uomini che le abitano vivono secondo una ‘regola’ più che mai valida oggi, in un momento in cui i seminatori di zizzania cercano di fare a pezzi l’utopia dei loro padri: quelle nere tonache monacali ci dicono che l’Europa è, prima di tutto, uno spazio millenario di migrazioni. Una terra ‘lavorata’, dove – a differenza dell’Asia o dell’Africa – è quasi impossibile distinguere fra l’opera della natura e quella dell’uomo. Un paradiso che è insensato blindare con reticolati. Da dove se non dall’Appennino, un mondo duro, abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto, poteva venire questa formidabile spinta alla ricostruzione dell’Europa? Quanto è conscia l’Italia di questa sua centralità se, per la prima volta dopo secoli, lascia in macerie le terre pastorali da dove venne il segno della rinascita di un intero continente? Quanto c’è ancora di autenticamente cristiano in un Occidente travolto dal materialismo? Sapremo risollevarci senza bisogno di altre guerre e catastrofi?

All’urgenza di questi interrogativi Paolo Rumiz cerca una risposta nei fortini dove resistono i valori. Cosa hanno fatto i monaci di Benedetto se non piantare presidi di preghiera e lavoro negli spazi più incolti d’Europa per poi tessere tra loro una salda rete di Fili?
Rumiz nell’Aprile 2017 fa un viaggio a piedi nell’Appennino centrale, arriva a Norcia, da poco distrutta dal terremoto, nella piazza sorge intatta la statua di S. Benedetto, patrono d’Europa. E’ un segnale, dal quale inizia il suo pellegrinaggio attraverso le abbazie benedettine, inizia a Praglia, in Veneto.

Il vecchio monastero dorme nelle brume dell’inverno, ancorato come un bastimento all’ultimo dei colli Euganei sulla pianura. Un gallo chiama l’alba oltre i bastioni perimetrali, come se scavasse il buio col becco, e il canto penetra nel labirinto dei chiostri, nelle cripte, nei magazzini, nella biblioteca. Fa freddo. Vago per un lungo corridoio, finché il ciabattare dei monaci diretti al Mattutino rompe il silenzio. Svoltano l’angolo, neri, inconfondibili. Benedettini. Quindici al massimo. Pochi, per un edificio così grande. Ma so che nello stesso istante in Francia, Germania, Spagna, Austria, Polonia Ungheria e altrove, in cento e cento abbazie, mille altri uomini vestiti di nero escono dalle celle per salutare il giorno e celebrare l’Altissimo. Un esercito….
I monaci hanno posato un’edizione tascabile delle regola benedettina sul comodino della mia celletta. Un librettino grigio che mi invita a verificare dove, nelle sue 300 pp… abiti il segreto di quella prodigiosa avventura…

Qui l’abate Anselmo illustra una perfetta struttura funzionante, dettata da una precisa spiritualità, tutto esprime la trascendenza attraverso i simboli. Aperta ai laici, luogo per ritrovare se stessi.
Seconda tappa, Sankt Ottilien, a meno di 100 km da Monaco. Qui regna un gigante, l’abate Wolf, “der rockende Abt”. Nockert Wolf, classe 1940, padrone di 11 lingue, amante della musica, studioso di teologia, filosofia, teologia, zoologia, chimica e astronomia, missionario in Africa, insegnate al pontificio ateneo di S. Anselmo a Roma, autore di una trentina di libri tradotti in tutto il mondo, guru di molti manager che vanno devotamente da lui ad imparare come si governa un ‘azienda nello stile di Benedetto.
Terza tappa, Viboldone, in Lombardia, abazia femminile a un passo da Linate, dove si scopre Scolastica, la sorella gemella di Benedetto fondatrice del ramo femminile dell’ordine. Poi Muru Gries, in Sud Tirolo, poi ancora Marienberg in Tirolo, dove l’abate Sebastian racconta: Leggevo troppo x fare il contadino, così un giorno mio padre mi ha detto: Vuoi fare il prete o il monaco? Si, perché allora quella era l’alternativa, se in montagna cresceva un figlio bravo a scuola. Poi Sankt Gallen in Svizzera, con la meravigliosa Biblioteca, unica al mondo, poi ancora in Francia Citeaux e Saint Vandrille, poi Orval in Belgio….
Etc etc etc…Non voglio rovinarvi il piacere della scoperta di questo libriccino di sole 174 pp. Denso di umanità, spiritualità ed anche augurio, speranza che i valori fondanti dell’Europa riescano a salvare l’Occidente, sotto l’ala protettiva di Benedetto nostro patrono.
Unica nota critica, in Ungheria, il suo presentimento che in questa parte dell’Europa la Regola abbia una dimensione diversa viene purtroppo confermato: un omone rozzo, grasso, con la tonaca sporca e piuttosto volgare lo porta alla conclusione: Qui anche Dio è Ungherese.
Così ho capito perché Ratzinger aveva scelto il nome Benedetto, seguito da Bergoglio/Francesco.

Informazioni

Autore:

Paolo Rumiz


Titolo:

Il filo infinito


Prezzo:

15,00 euro


Casa Editrice:

Feltrinelli

https://www.feltrinellieditore.it/

SEGNALAZIONE a cura di Maddalena Martini

Viaggio tra i monasteri alle radici dell’Europa

Perché ho scelto questo libro? Apprezzo da sempre le descrizioni dei Viaggi di Rumiz, che ammiro e affettuosamente invidio per la possibilità di fare questi viaggi in condizioni per me impossibili. Le sue descrizioni mi fanno partecipare, seguo i suoi passi, vedo i paesaggi, partecipo agli incontri , momenti di contatti umani genuini, vedo i colori dei paesaggi, sento gli odori, assaporo il cibo, mi ritempro nei suoi riposi e godo delle sue scoperte. Questo viaggio è particolare, è un viaggio anche molto interiore, la spiritualità lo permia, è palpabile, imprevista in chi non ha mai fatto professione di fede ma che sente fortemente le radici della nostra cultura europea legate al cristianesimo ed in particolare all’ azione unificante dei monasteri. Ora et labora, per me diventa cogita et labora, in una rete di cultura, storia, paesaggi che fanno parte di me, di noi Europei. Con Rumiz sento forte queste radici, ed anche il rischio dell’imbarbarimento degli ultimi tempi, dei pericoli derivati da una non cultura, anzi, disprezzo per la cultura che può portare ad un disprezzi dei valori fondanti dei rapporti umani.
Leggere queste pagine mi danno speranza, alla sera rileggere qualche pp mi permette di addormentarmi in serenità, e non è poco.


“Che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula semplicissima, ora et labora. Lo fecero nel momento peggiore, negli anni di violenza e anarchia che seguirono la caduta dell’Impero romano, quando le invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Ondate violente, spietate, pagane. Unni, Vandali, Visigoti, Longobardi, Slavi e i ferocissimi Ungari. Li cristianizzarono e li resero europei con la sola forza dell’esempio. Salvarono una cultura millenaria, rimisero in ordine un territorio devastato e in preda all’abbandono. Costruirono, con i monasteri, dei formidabili presidi di resistenza alla dissoluzione. Sono i discepoli di Benedetto da Norcia, il santo protettore d’Europa. Li ho cercati nelle loro abbazie, dall’Atlantico fino alle sponde del Danubio. Luoghi più forti delle invasioni e delle guerre. Gli uomini che le abitano vivono secondo una ‘regola’ più che mai valida oggi, in un momento in cui i seminatori di zizzania cercano di fare a pezzi l’utopia dei loro padri: quelle nere tonache monacali ci dicono che l’Europa è, prima di tutto, uno spazio millenario di migrazioni. Una terra ‘lavorata’, dove – a differenza dell’Asia o dell’Africa – è quasi impossibile distinguere fra l’opera della natura e quella dell’uomo. Un paradiso che è insensato blindare con reticolati. Da dove se non dall’Appennino, un mondo duro, abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto, poteva venire questa formidabile spinta alla ricostruzione dell’Europa? Quanto è conscia l’Italia di questa sua centralità se, per la prima volta dopo secoli, lascia in macerie le terre pastorali da dove venne il segno della rinascita di un intero continente? Quanto c’è ancora di autenticamente cristiano in un Occidente travolto dal materialismo? Sapremo risollevarci senza bisogno di altre guerre e catastrofi?”

All’urgenza di questi interrogativi Paolo Rumiz cerca una risposta nei fortini dove resistono i valori. Cosa hanno fatto i monaci di Benedetto se non piantare presidi di preghiera e lavoro negli spazi più incolti d’Europa per poi tessere tra loro una salda rete di Fili?
Rumiz nell’Aprile 2017 fa un viaggio a piedi nell’Appennino centrale, arriva a Norcia, da poco distrutta dal terremoto, nella piazza sorge intatta la statua di S. Benedetto, patrono d’Europa. E’ un segnale, dal quale inizia il suo pellegrinaggio attraverso le abbazie benedettine, inizia a Praglia, in Veneto.

“ Il vecchio monastero dorme nelle brume dell’inverno, ancorato come un bastimento all’ultimo dei colli Euganei sulla pianura. Un gallo chiama l’alba oltre i bastioni perimetrali, come se scavasse il buio col becco, e il canto penetra nel labirinto dei chiostri, nelle cripte, nei magazzini, nella biblioteca. Fa freddo. Vago per un lungo corridoio, finché il ciabattare dei monaci diretti al Mattutino rompe il silenzio. Svoltano l’angolo, neri, inconfondibili. Benedettini. Quindici al massimo. Pochi, per un edificio così grande. Ma so che nello stesso istante in Francia, Germania, Spagna, Austria, Polonia Ungheria e altrove, in cento e cento abbazie, mille altri uomini vestiti di nero escono dalle celle per salutare il giorno e celebrare l’Altissimo. Un esercito….
I monaci hanno posato un’edizione tascabile delle regola benedettina sul comodino della mia celletta. Un librettino grigio che mi invita a verificare dove, nelle sue 300 pp… abiti il segreto di quella prodigiosa avventura…”

Qui l’abate Anselmo illustra una perfetta struttura funzionante, dettata da una precisa spiritualità, tutto esprime la trascendenza attraverso i simboli. Aperta ai laici, luogo per ritrovare se stessi.
Seconda tappa, Sankt Ottilien, a meno di 100 km da Monaco. Qui regna un gigante, l’abate Wolf, “der rockende Abt”. Nockert Wolf, classe 1940, padrone di 11 lingue, amante della musica, studioso di teologia, filosofia, teologia, zoologia, chimica e astronomia, missionario in Africa, insegnate al pontificio ateneo di S. Anselmo a Roma, autore di una trentina di libri tradotti in tutto il mondo, guru di molti manager che vanno devotamente da lui ad imparare come si governa un ‘azienda nello stile di Benedetto.
Terza tappa, Viboldone, in Lombardia, abazia femminile a un passo da Linate, dove si scopre Scolastica, la sorella gemella di Benedetto fondatrice del ramo femminile dell’ordine. Poi Muru Gries, in Sud Tirolo, poi ancora Marienberg in Tirolo, dove l’abate Sebastian racconta: Leggevo troppo x fare il contadino, così un giorno mio padre mi ha detto: Vuoi fare il prete o il monaco? Si, perché allora quella era l’alternativa, se in montagna cresceva un figlio bravo a scuola. Poi Sankt Gallen in Svizzera, con la meravigliosa Biblioteca, unica al mondo, poi ancora in Francia Citeaux e Saint Vandrille, poi Orval in Belgio….
Etc etc etc…Non voglio rovinarvi il piacere della scoperta di questo libriccino di sole 174 pp. Denso di umanità, spiritualità ed anche augurio, speranza che i valori fondanti dell’Europa riescano a salvare l’Occidente, sotto l’ala protettiva di Benedetto nostro patrono.
Unica nota critica, in Ungheria, il suo presentimento che in questa parte dell’Europa la Regola abbia una dimensione diversa viene purtroppo confermato: un omone rozzo, grasso, con la tonaca sporca e piuttosto volgare lo porta alla conclusione: Qui anche Dio è Ungherese.
Così ho capito perché Ratzinger aveva scelto il nome Benedetto, seguito da Bergoglio/Francesco.

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