Creto-Alpesisa-Capenardo-Prato (GE)

13 Novembre 2020 – 30 km

Taccuino di marcia:

 
Mattinata umida e a tratti piovosa, ritardo la partenza da casa incerta se avviarmi o meno. Decido di mettermi in moto, male che vada torno indietro.
 
Solito percorso da casa sino al Righi. Per cambiare un po’ decido di seguire il percorso della pista Noci, più basso e più lungo del tracciato storico che tocca l’Osteria delle Baracche e il passo del Giandino, per verificare tra l’altro, il passaggio di altri sentieri.
L’Osteria delle Baracche è una vecchia casa tipica, con i suoi colori e la sua struttura, ma improvvisamente hanno deciso di costruire, subito sotto, un orrendo edificio con alto tetto a spiovente in stile pseudo alpino che non ha nulla a che vedere con l’architettura rurale del nostro territorio. Intendiamoci: innovazione e sperimentazione sono sempre benvenuti, ma quando ci si inserisce in contesto così definito non si può agire senza studiare e ragionare su dove ci si trova. Le volumetrie fuori scala, i materiali e le forme qui sono completamente sbagliate, e non bisogna essere esperti per rendersene conto.
 
Il tempo sta volgendo al meglio, nel senso che mentre avanzo una grande ramazza spazza via le nuvole davanti a me, mentre un tiepido sole timidamente fa capolino.
In questo clima dolcemente autunnale arrivo ai piani di Creto e proseguo verso l’Alpesisa. L’Alpesisa chiude, insieme al Candelozzo la parte alta della Val Bisagno. Una valle più stretta e più umida della Val Polcevera, che però ha avuto, come la prima, un ruolo fondamentale per lo sviluppo della città. Sebbene i suoi valichi siano stati meno strategici di quelli della Val Polcevera, furono comunque sfruttati molto dall’alto medioevo, in direzione dell’Appennino Piacentino, ma anche della valle Scrivia e della Trebbia
Originario della Valbisagno era, secondo la tradizione, il primo vescovo della città, San Siro, nato nel IV secolo nel pago di Molassana.
Una vocazione agricola ben sedimentata nel tempo, attestata dai documenti della curia arcivescovile già dal XII secolo, in cui emerge anche l’attività dell’allevamento di ovini e caprini. E infatti a Creto, come sempre incontro un bel gregge di pecore e di piccoli agnellini belanti, con un musetto simpaticissimo e la goffa andatura su zampe ancora lunghe e sproporzionate.
 

L’Alpesisa è una montagna tozza, tipicamente appenninica, riconoscibile per la sua forma e per il versante sud un tempo tutto a balze erbose e usato per l’alpeggio, mentre il versante nord è tutto ricoperto di boschi, oggi ancora più fitti. L’alta via qui non corre sul crinale, ma accompagna circa a mezzacosta il fianco nord in un continuo saliscendi. Regno del castagno e del nocciolo, coltivato per ricavare un olio che irrancidisce facilmente, ma che era utile per l’illuminazione. I grandi tronchi sono rivestiti da spessi strati di muschio e avviluppati da liane, in un duello mortale.

 

Il tratto Alpesisa – Candelozzo è immerso nel silenzio assoluto, dominato da un manto verde che è catalogo naturalistico:  il Leccio è integrato o sostituito nelle formazioni boschive dall’Orniello, dalla Roverella, dal Carpino nero; i Roveri, su quelli meno esposti al sole il climax è più vario, rappresentato da Cerri, Roveri, Sorbi montani, Castagni, Noccioli, Maggionciondoli, Evonimi, Saliconi, Agrifogli, Aceri, Frassini, Faggi. E non a caso qui la produzione del carbone di legna era intensa nei secoli preindustriali. Questa parte di valle conta paesi abbandonati come Canate di Marsiglia, dove non scendo perché il sentiero è troppo ripido, decidendo di proseguire sino a Capenardo. L’ultimo tratto sino al paesetto apre lo sguardo a Levante, su Scoffera, Bargagli, il Monte Pertegone.

Ora si scende giù su una lunga direttrice di traffico che porta direttamente al ponte di Cavassolo, il ponte canale costruito dalla Repubblica di Genova per alimentare di buona acqua la città.
Il mio amico Giorgio Temporelli saprebbe ben raccontare storia e tecnica di questo manufatto.
La discesa è un calvario: il sentiero è un coacervo di pietre rotolanti e bagnate, foglie viscide: a ogni passo rischio di scivolare. Rallento, inevitabilmente e arrivo a Cavassolo raccogliendo l’ultima parte di luce.
 
Se penso ai milioni di pietre posizionate a rivestire la pavimentazione di tutti i sentieri che risalivano i monti, se penso alle mani che per secoli le hanno manutenute e se penso allo stato di abbandono raggiunto in pochi decenni sento un dolore quasi fisico, come quando si è traditi. Senza volerlo abbiamo tradito i nostri monti, e tornare indietro non sarà più possibile. E perdendo molti sentieri abbiamo anche perso tante possibilità.
 
L’aria è fredda, il buio è frazionato dalla luce artificiale, il bus è già arrivato.
Torno a casa, e mi sembra di essere un po’ come gli artisti di Barbizon che andavano a dipingere i sentieri nella foresta di Fontainebleau, quando tornavano a Parigi: frastornati e diversi.

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