Pietralavezzara-Praglia-Lencisa (GE)

5 Novembre 2020 – 35 km

Taccuino di marcia:

 
Finalmente una giornata di sole. Sembra che un immenso aspirapolvere abbia risucchiato tutta la nebbia e l’umidità che sovrastava la regione regalandoci un’aria frizzantina e un sole tiepido, caldo in alcuni momenti.
 
Il tratto Pontedecimo Pietralavezzara con la sua pendenza costante consente di scaldare i muscoli e di non faticare più di tanto. Da Pietralavezzara salgo seguendo il raccordo per l’Alta Via, che però perdo quasi subito, in un ginepraio di spine, liane e vegetazione abbattuta. Mi ritrovo però nella cava abbandonata di pietra verde, e mi fa un certo effetto camminare per un tratto su un pavimento di marmo marezzato, una delle balze generate sulla roccia dai cavatori.
 
So dove sono, so dove devo andare: mio padre mi ha insegnato a leggere bene le cartine, ad avere sempre i punti di riferimento; mi ha insegnato a salire sui crinali in diagonale per avere punti di osservazione e determinare il percorso.
 
Decido di scendere un po’ attraversando un bosco di noccioli il cui fondo è pulito e mi consente di risalire il pendio senza lottare contro la vegetazione invadente. Arrivo sull’Alta Via a circa dieci metri dallo sbocco del sentiero che avrei dovuto fare. Prima o poi da lì dovrò scendere: se perdi un sentiero in una direzione ripercorrilo in senso opposto (altro suggerimento paterno).
 
Alta Via, Passo della Bocchetta, pendici a sud Monte Leco e Monte Taccone, Passo Leone, Colla di Praglia verso il Penello sino alla deviazione per Lencisa: il sentiero è un continuo, panoramico saliscendi che ti tiene abbastanza in quota. 
Si intersecano direttrici storiche verso il Piemonte come la via del sale che transitava da Campomorone e San Martino di Paravanico, e direttrici spirituali, per il pellegrinaggio verso la Madonna della Guardia.
Ogni volta che cammino qui immagino i convogli di muli con le some, le imprecazioni dei mulattieri, i punti di sosta, di incontro, i dialetti che si mescolavano nell’andirivieni quasi continuo.
 
Lungo l’Alta Via si innestano altri percorsi: ad esempio l’anello delle neviere, tracciato dal CAI di Genova Bolzaneto. L’arco appenninico intorno a Genova è costellato dai resti (in alcuni casi restaurati o comunque manutenuti) di queste profonde buche, a tronco di cono rovesciato,  rivestite di pietre, in cui erano ammassate e compattate grandi quantità di neve che gelificavano e poi erano portate in città: inizialmente si trattò di imprese private, poste sotto il controllo delle magistrature cittadine verso la fine del Seicento.
Altro reperto storico è la pietra che indicava una parte di territorio in relazione alla sentenza della Tavola di Polcevera. Un documento così prezioso che non merita poche riflessioni lungo la via. Ne riparleremo in seguito, in maniera più approfondita.
 
E’ strano sentirsi così legata a questi sentieri e nel contempo così lontana. Sono nata a Genova ma sono una meticcia che si sente a casa ovunque. Figlia di una friulana di famiglia ungherese croata e italiana, di un ligure piemontese umbro, non rivendico nessuna radice, se non quella dell’umanità.
 
Il sentiero rotola verso Lencisa (come indica il toponimo una goletta dalla quale si passava risalendo dalla costa verso l’interno): ora a sud c’è il mare, la gola di san Carlo di Cese, e il paesaggio a ovest è alpino: sì perché qui corre geologicamente la sutura tra Appennino e Alpi. Se guardi bene te ne accorgi; si passa da colli morbidi a vette appuntite, scaglie di materia rocciosa che sfidano il cielo.
A Lencisa decido di seguire l’asfalto verso il fondovalle, non ho più voglia di pietre: so che allungherò il percorso, ma potrò tenere un passo costante fino a Pontedecimo.
 
Da qui con uno sguardo ho la percezione della strada che mi sono lasciata alle spalle: so che è banale dirlo, ma sento un fondo di felicità nel mio profondo…

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