Una piccola idea e neanche tanto originale per rimanere vicini, incontrarci virtualmente durante questa nuova fase pandemica.

Leggere insieme descrizioni di paesaggi letterari e vedere quadri che descrivono il nostro Paese.

 
Tra visioni e parole alimentare la nostra volontà di non perdere i legami con i luoghi che contrassegnano la nostra storia nazionale e individuale e il desiderio di vederli o rivederli.
  
In questi mesi abbiamo vissuto emozioni diverse, contrastanti, altalenanti. Abbiamo davanti ancora momenti inquieti e non semplici, ma siamo sicuri che la prima cosa da fare è rimanere per quanto possibile in contatto. Sentirci, scriverci, comunicare e condividere emozioni. Senza maschere e senza mascherine. Con il cuore.
 

10 Novembre 2020

Atmosfere di lago

P. CHIARA

 
E‘  forse un po’ dimenticato oggi, Piero Chiara (Luino 1913- Varese 1986) eppure i suoi romanzi e racconti riscossero approvazione e consenso di critica, oltre che la trasposizione cinematografica di “La stanza del Vescovo”.
Chiara, dalla vita movimentata e inquieta, fu eccellente narratore di un mondo quieto e sonnolento, provinciale, in cui le vite scandiscono segreti anche imbarazzanti nascondendoli dietro gesti monotoni e rassicuranti, incastonati in un paesaggio tranquillo, apparentemente senza tempo.
 

IL PIATTO PIANGE

 
“Era una notte di marzo con un po’ di vento e il lago, in crescita, batteva i muraglioni del Metropole e si insinuava, da invisibili fessure, nelle cantine dove più nessuno giocava. (…) Ultimo si avviò con la sua macchina il dottor Guerlasca. (…) Sentiva di aver bisogno di un po’ d’aria; e per respirarne quanto più poteva andò fino a Germignaga e si spinse con la macchina sull’antico molo di attracco del battello che si protende come una lingua nel lago a chiusura del golfo. Uscì dalla macchina e andò ad appoggiarsi, come il capitano di una nave, alle traverse di ferro del pontile abbandonato. Aveva d’intorno il lago che sobbolliva sotto il vento, e vedeva a destra le poche luci di Luino che ammiccavano. Lontano distingueva le luci di Maccagno e quelle di Brissago, in Svizzera. Poi seguiva con lo sguardo una costa nera e senza lumi, fino a Cannero che aveva una riga regolare di lampade sul lungolago, nette nel buio a sei chilometri di distanza. Alla sua sinistra le luci più vicine erano quelle di Ghiffa o di Intra, e sul fondo – in una nebulosa – gli pareva di distinguere quelle di Stresa.”
 

LA STANZA DEL VESCOVO

 
“L’inverno sul lago è dolcissimo, specialmente sulla sponda piemontese, che resta verde tutto l’anno. Ma la sera scende presto e non si poteva far altro, in quegli anni, che chiudersi in casa davanti ai camini a leggere, a conversare, a centellinare qualche vecchia bottiglia o semplicemente a guardare il fuoco. Chi ha passato anche un solo inverno sul lago, in villa, sa quanta pace e quanta noia è possibile distillare ogni giorno. Lo spettacolo delle acque che diventano d’un azzurro d’acciaio e poi color piombo sotto le piogge invernali, la neve che compare sui monti, il sorgere e il tramontare del sole quando è bel tempo, il passaggio dei battelli, le giornate di vento che non mancano mai, il fiorire dei crisantemi, delle mimose, delle camelie e poi finalmente delle azalee, segna il passare della stagione. Dietro i vetri, tra i vecchi mobili dell’età delle ville, i pochi rimasti ad abitarle vedono passare il tempo come a nessuno è possibile nelle città e nei palazzi.”

Mario Mafai (1902-1965) – Roma dal Gianicolo

Forse ogni città ha un colore. Il colore di Roma credo sia l’arancione e il rosso del mattone. Si ritrova in quasi tutti i quadri come elemento dominante. E’ certamente una tra le cifre cromatiche più amate da Mario Mafai, che qui troviamo in un’opera del 1937 facente parte della collezione Della Ragione confluita, per donazione, nel Museo del Novecento a Firenze. Mafai, esponente della scuola romana, vicino alle movenze pittoriche dell’espressionismo, si soffermò a lungo sui paesaggi romani, soprattutto tra le due guerre, documentando in modo quasi allucinato, gli stravolgimenti della città che era divenuta il palcoscenico del regime.