Una piccola idea e neanche tanto originale per rimanere vicini, incontrarci virtualmente durante questa nuova fase pandemica.

Leggere insieme descrizioni di paesaggi letterari e vedere quadri che descrivono il nostro Paese.

 
Tra visioni e parole alimentare la nostra volontà di non perdere i legami con i luoghi che contrassegnano la nostra storia nazionale e individuale e il desiderio di vederli o rivederli.
  
In questi mesi abbiamo vissuto emozioni diverse, contrastanti, altalenanti. Abbiamo davanti ancora momenti inquieti e non semplici, ma siamo sicuri che la prima cosa da fare è rimanere per quanto possibile in contatto. Sentirci, scriverci, comunicare e condividere emozioni. Senza maschere e senza mascherine. Con il cuore.
 

11 Novembre 2020

Roma superba di marmi e bellezze

G. D’ANNUNZIO – IL PIACERE

 
E’ il 1886 e Andrea Sperelli, protagonista del romanzo “decadente” italiano per eccellenza “Il Piacere”, si muove per le vie di Roma, città amatissima da lui e dall’autore del libro, Gabriele d’Annunzio.
La Roma di D’Annunzio è costruita grazie a sommatorie di riferimenti artistici, monumentali, pittorici. E’ una Roma sovrastrutturata, nella quale, caduta la membrana tra passato e presente, Andrea ed Elena si muovono assorbendo sentimenti e rivivendoli grazie alle opere ammirate, grazie alla ridondanza di emozioni e riferimenti.
 

IL PIATTO PIANGE

 
“L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la piazza Barberini, su la piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorio confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin le stanze del palazzo Zuccari, attenuato.
 
Roma il suo grande amore: non la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme, dei Fori, ma la Roma delle Ville, delle Fontane, delle Chiese. Egli avrebbe dato tutto il Colosseo per la Villa Medici, il Campo Vaccino per la Piazza di Spagna, l’Arco di Tito, la Fontana delle Tartarughe. La magnificenza principesca dei Colonna, dei Doria, dei Barberini l’attraeva assai più della ruinata grandiosità imperiale. Il suo grande sogno era di possedere un palazzo incoronato da Michelangelo e istoriato dai Carracci, come quello Farnese; una galleria piena di Raffaelli, di Tiziani, di Domenichini, come quella Borghese; una villa, come quella d’Alessandro Albani, dove i bussi profondi, il granito rosso d’Oriente, il marmo bianco di Luni, le statue della Grecia, le pitture del Rinascimento, le memorie stesse del luogo componessero un incanto intorno a un qualche suo superbo amore. In casa della marchesa d’Ateleta sua cugina, sopra un albo di confessioni mondane, accanto alla domanda «Che vorreste voi essere?» egli aveva scritto «Principe romano».
 

Le chiese remote dell’Aventino: Santa Sabina su le belle colonne di marmo pario, il gentil verziere di Santa Maria del Priorato, il campanile di Santa Maria in Cosmedin, simile a un vivo stelo roseo nell’azzurro, conoscevano il loro amore. Le ville dei cardinali e dei principi: la Villa Pamphily, che si rimira nelle sue fonti e nel suo lago tutta graziata e molle, ove ogni boschetto par chiuda un nobile idillio ed ove i baluardi lapidei e i fusti arborei gareggian di frequenza; la Villa Albani, fredda e muta come un chiostro, selva di marmi effigiati e museo di bussi centenarii, ove dai vestibili e dai portici, per mezzo alle colonne di granito, le cariatidi e le erme, simboli d’immobilità, contemplano l’immutabile simmetria del verde; e la Villa Medici che pare una foresta di smeraldo ramificante in una luce soprannaturale; e la Villa Ludovisi, un po’ selvaggia, profumata di viole, consacrata dalla presenza della Giunone cui Wolfgang adorò, ove in quel tempo i platani d’Oriente e i cipressi dell’Aurora, che parvero immortali, rabbrividivano nel presentimento del mercato e della morte; tutte le ville gentilizie, sovrana gloria di Roma, conoscevano il loro amore. Le gallerie dei quadri e delle statue: la sala borghesiana delle Danae d’innanzi a cui Elena sorrideva quasi rivelata, e la sala degli specchi ove l’immagine di lei passava tra i putti di Ciro Ferri e le ghirlande di Mario de’ Fiori; la camera dell’Eliodoro, prodigiosamente animata della più forte palpitazione di vita che il Sanzio abbia saputo infondere nell’inerzia d’una parete, e l’appartamento dei Borgia, ove la grande fantasia del Pinturicchio si svolge in un miracoloso tessuto d’istorie, di favole, di sogni, di capricci, di artifizi e di ardiri; la stanza di Galatea, per ove si diffonde non so che pura freschezza e che serenità inestinguibile di luce, e il gabinetto dell’Ermafrodito, ove lo stupendo mostro, nato dalla voluttà d’una ninfa e d’un semidio, stende la sua forma ambigua tra il rifulgere delle pietre fini; tutte le solitarie sedi della Bellezza conoscevano il loro amore”.

Bernardo Bellotto (1721-1780)

Piazza San Martino con la cattedrale

Non è cambiata molto la piazza della cattedrale di Lucca, dedicata a San Martino, qui riprodotta da Bernardo Bellotto nel 1740, quando giunse in città richiamato da due notabili e collezionisti locali. Come è noto il nipote di Canaletto seguirà le indicazioni del suo eminente maestro, ravvivandole con una maggiore attenzione alla presenza delle figure umane e delle loro azioni. Qui la piazza di Lucca, centro ecclesiastico e storico della città, in un allungo prospettico esacerbato, è narrata come anche luogo di incontro,  di relazioni e di traffici.