Una piccola idea e neanche tanto originale per rimanere vicini, incontrarci virtualmente durante questa nuova fase pandemica.

Leggere insieme descrizioni di paesaggi letterari e vedere quadri che descrivono il nostro Paese.

 
Tra visioni e parole alimentare la nostra volontà di non perdere i legami con i luoghi che contrassegnano la nostra storia nazionale e individuale e il desiderio di vederli o rivederli.
  
In questi mesi abbiamo vissuto emozioni diverse, contrastanti, altalenanti. Abbiamo davanti ancora momenti inquieti e non semplici, ma siamo sicuri che la prima cosa da fare è rimanere per quanto possibile in contatto. Sentirci, scriverci, comunicare e condividere emozioni. Senza maschere e senza mascherine. Con il cuore.
 

12 Novembre 2020

Roma, la metropoli dopo la guerra

P.P. PASOLINI – VARIE

 
A questa Roma popolare, seducente, nelle quale la borgata è il margine slabbrato dove la compagna coesiste son una urbanizzazione disorganica e ingorda, Pasolini dedicherà la sua migliore capacità descrittiva e analitica.
E le citazioni sarebbero tantissime, perché ogni riflessione pasoliniana, soprattutto dopo il 1950, ha specchio in qualche realtà romana.
 

DALLA LETTERA A SILVANA MAURI DEL 10 FEBBRAIO 1950

 
“Sai, abito vicino al ghetto, a due passi dalla chiesa di Cola di Rienzo: ti ricordi? Ho rifatto ormai due o tre volte quel nostro giro del’47, e anche se non ho più ritrovato quel cielo e quell’aria – dal tremendo grigio del ghetto al bianco di San Pietro in Montorio; l’ebrea seduta vicina a una catena contro la porta scura; il temporale con l’odore di resina, e poi Via Giulia e palazzo Farnese, quel palazzo Farnese che non si ripeterà più, come se la luce dopo il temporale lo avesse scolpito in un velo – mi sono stordito e consolato. Anche adesso ho la testa ronzante dei gridi di Campo dei Fiori, mentre spioveva. Ma questo calore che mi invade come un riposo, lo devo alla tua lettera: è qui sporca di rossetto e di crema, del carnevale di Versuta e dei fiori di Piazza di Spagna.”
 

RAGAZZI DI VITA

 
“E passato Tiburtino, ecco Tor dei Schiavi, il Borghetto Prenestino, l’Acqua Bulicante, la Marranella, il Mandrione, Porta Furba, il Quarticciolo, il Quadraro… altri centinaia di centri come quello lì al Tiburtino: con un mare di gente sotto il semaforo, che mano a mano andava sparpagliandosi nelle strade intorno, rumorose come androni, coi marciapiedi tutti rotti, e lungo ruderi colossali di mura con sotto file di tuguri […] Tutto un gran accerchiamento intorno a Roma, tra Roma e le campagne intorno intorno, con centinaia di migliaia di vite umane che brulicavano tra i loro lotti, le loro casette di sfrattati o i loro grattacieli. E tutta quella vita, non c’era solo nelle borgate della periferia, ma pure dentro Roma, nel centro della città, magari sotto il Cupolone.”
 

LA MORTACCIA

 
“Era un montarozzo che sta sulla Tiburtina, dopo il Forte, prima di Tiburtino III, dove stava ad abitare Peppe il Folle. Era un montarozzo che sotto i ragazzi ci giocano a pallone, e sulle coste è tutto pieno di puncicarelli e fratte, e, arrivati in pizzo, laggiù si vede l’Aniene, tra i canneti, e dall’altra parte Pietralata, e tutt’intorno le borgate più lontane, bianche come spuma al sole.”

Filippo Palizzi (1818-1899)

Fanciulla sul golfo di Sorrento

C’è in questo quadro, l’essenza di una italianità del vedere, profondamente culturale. Siamo a Sorrento e Filippo Palizzi (1818-1899) dipinge il soggetto intorno al 1871. Una fanciulla, quasi tutt’una con la roccia prominente sul mare, guarda un orizzonte marino che noi intuiamo, con lei. C’è tutta la sua giovinezza bella e una profonda armonia che è dimestichezza con la natura, una complicità che non è dominio, dove soggetto che guarda e oggetto ambientale quasi si fondono. E’ vero che la fanciulla sta sopra a tutto, ma se guardate bene il paesaggio è allineato allo sguardo, la linea della roccia è quasi parallela a quella del mare.

Caspar Friedrich (1774-1840)

Viandante sul mare di nebbie

 

Citazione inevitabile, per confronti concettuali è il quadro di Caspar Friedrich del 1818, il viandante, in cui un uomo vestito elegantemente sta ritto, di spalle a osservare il mare di nebbie e montagne. Due modi di stare e guardare il mondo e la natura che sono diametralmente opposti e sussumono sensibilità culturali, sociali e filosofiche profondamente diverse. Si può guardare il mondo dall’alto, per dominarlo o sfidarlo oppure sentendosene in disparte.