Una piccola idea e neanche tanto originale per rimanere vicini, incontrarci virtualmente durante questa nuova fase pandemica.

Leggere insieme descrizioni di paesaggi letterari e vedere quadri che descrivono il nostro Paese.

 
Tra visioni e parole alimentare la nostra volontà di non perdere i legami con i luoghi che contrassegnano la nostra storia nazionale e individuale e il desiderio di vederli o rivederli.
  
In questi mesi abbiamo vissuto emozioni diverse, contrastanti, altalenanti. Abbiamo davanti ancora momenti inquieti e non semplici, ma siamo sicuri che la prima cosa da fare è rimanere per quanto possibile in contatto. Sentirci, scriverci, comunicare e condividere emozioni. Senza maschere e senza mascherine. Con il cuore.
 

14 Novembre 2020

Il treno corre sotto il Fréjus

E. DE AMICIS – INAUGURAZIONE DEL TRAFORO FERROVIARIO DEL FREJUS

 

De Amicis (1846-1908) scrittore e giornalista poligrafo è noto a tutti per aver scritto il libro “Cuore”. I suoi scritti sono tantissimi, ad esempio un reportage del viaggio in Argentina o a Costantinopoli, il dettaglio degli eventi della presa di Roma, e molto altro. Qui ci è descritto il paesaggio della valle Susa nel momento in cui è violato da una infrastruttura che avrà un ruolo rilevante nella storia del territorio piemontese e italiano: il traforo ferroviario del Fréjus, realizzato tra il 1857 e il 1871. Opera imponente e complessa e fortemente voluta da Cavour. E’ il 17 settembre del 1871…

 

“Questa mattina, gli invitati alla festa d’inaugurazione della galleria, partirono da Torino con tre treni successivi: il primo alle sei, il secondo alle sette, il terzo alle otto. Una folla numerosa assisteva alla partenza. V’erano fra gli invitati quattro ministri italiani, i presidenti del Senato e della Camera, i sindaci di Torino, di Roma, di Milano, di Venezia, di Bologna, di Firenze, di Napoli, un gran numero di senatori, di deputati, di generali, di pubblicisti; e molte signore splendidamente vestite. Gli uomini erano tutti in abito nero. Il viaggio parve breve, benchè ognuno fosse impaziente d’arrivare. Da Torino a Bardonecchia è tutto un seguito di vedute stupende, che preparano gradatamente l’animo alla grande emozione del passaggio delle Alpi. Prima le ridenti colline che circondano la pianura torinese, e lontano il Monviso e il Monte Rosa, e le mille cime dei monti minori; poi le ultime colline di Rivoli, e via via fino a Bussoleno, sempre monti altissimi, valli profonde, gole, villaggi, torrenti; e ogni cosa bella di una bellezza severa che sembra quasi una espressione di rispetto alla sovranità delle Alpi imminenti. Da Bussoleno, la strada ferrata si volge verso il colle di Fréjus, nel cui seno è scavata la galleria. Da questo punto, per arrivare a Chaumont, si attraversa un lungo tratto di paese svariato e difficile, nel quale la strada percorre gallerie, valica torrenti, passa per trincee profonde aperte nella roccia, s’appoggia a sostegni enormi di pietra: sale, discende, serpeggia. Poco prima d’arrivare a Chaumont s’entra in uno spazio di terreno ubertoso, popolato d’alberi fruttiferi e coperto di grandi vigneti. Dopo Chaumont, da capo monti, meglio, nodi di monti, intricati ed aspri, e nuove gallerie, e nuovi ponti; e a destra e a sinistra oscuri burroni, grandi boschi di pini, rupi scoscese, cascate altissime d’acqua, il forte d’Exilles, il forte di Serre-la-Garde, la stretta di Serre-de-la- Voûte; e finalmente la valle si allarga e la strada segue le falde della montagna fino alla grande galleria. Si passa dinanzi a Salberstrand e a Oulx, si entra nella valle di Bardonecchia, si valica il torrente, si attraversano ancora due gallerie, si vede il colle di Fréjus…. Ecco la bocca della galleria.

Appena quella buia apertura si presenta allo sguardo, un senso quasi di terrore stringe il cuore. Si pensa involontariamente all’enorme mole granitica che s’innalza al di sopra, e sembra che, sdegnosa dell’ingiuria fatta alla sua selvaggia maestà secolare, ci si voglia precipitar sul capo, e stritolar con noi il nostro orgoglio. Ma penetrato appena il convoglio nella vasta galleria, appena gettato lo sguardo sui muri di pietra e sulla volta robusta che sembra curvarsi fieramente per sostener il pondo enorme delle Alpi, appena visti i lumi e sentito che si respira liberamente e si corre con impeto facile e sicuro, il cuore si quieta, la mente si espande in una maestosa idea di grandezza e di forza, e l’anima abbraccia tutto, con un palpito di meraviglia e di gratitudine, questo portento eterno del genio e del lavoro. Quanti pensieri, quanti sensi nuovi e profondi ci assalgono confusamente in quel punto! Dodici anni di lavoro! Noi vi passiamo, finalmente, su questo terreno bagnato di tanti sudori! È questo il luogo dove per tanti anni gli uomini insigni che condussero a fine la grande impresa, studiarono, lavorarono, lottarono, ora oppressi da un dubbio doloroso, ora rianimati da una speranza possente, ora felici di una certezza lungamente sospirata! Si sentono in quel cupo strepito precipitoso del treno mille rumori che parlano all’anima: i colpi fitti, fulminei, rabbiosi della perforatrice che divora la roccia, il sibilo confuso delle cento ruote, lo scoppio tonante delle mine, la tempesta delle schegge sulle pareti, sulle macchine, sugli assiti, il comando dei soprastanti, le grida, le risa degli operai, il suono vario e continuo dell’opera, l’eco di tutta quella vita sotterranea che si agitò per tanti anni nei vergini recessi del monte senza sorriso di sole, senz’alito d’aria salubre, senza altro spettacolo che sè stessa e la rupe, solitaria, misteriosa, solenne! E quante vittime nella lotta! E come le loro immagini si presentano alla mente nell’atto di dire: – Io pure lavorai e soffersi! Ricordate me pure! – Sono operai macilenti e pallidi che hanno speso gli anni più belli della vita nel laborioso cammino attraverso delle Alpi; sono vecchi che hanno perduto la luce degli occhi; sono giovani a cui le macchine e le mine hanno portato via le braccia e spezzata la testa! E in mezzo a questa folla d’invalidi, di mutilati e di morti che par che risollevino il capo per domandarvi la loro parte di affetto e di gloria, si alza la figura bella e venerabile del Sommeiller, a cui splende ancora negli occhi la gioia dell’ultimo colpo lanciato dalla perforatrice nel vuoto, al grido di: – Viva la Francia e viva l’Italia!

E il treno va e va, e cresce nell’animo nostro, a misura che si procede, la commozione, e la fantasia lavora, lavora. Ora ci pare che non s’abbia più a uscire di là sotto; ci pare d’esserci sprofondati nelle viscere della terra e di precipitare verso una mèta arcana; ora pare che il treno, a un tratto, ritorni furiosamente addietro, come impaurito dall’ignoto verso cui si slanciava; ora si trema di giungere troppo presto all’uscita, e si vorrebbe che quel momento indugiasse ancora, per prolungare il sentimento di meraviglia fantastica che ci agita il cuore e la mente; ora ci piglia come una smania di aria, di luce, un desiderio impaziente dell’azzurro del cielo e del verde della campagna; ora si rimane come attoniti e smemorati, e ci vien fatto quasi di domandare a noi stessi: – Ove siamo? – Siamo già in Francia? – Siamo ancora in Italia? – Un tale guarda l’orologio ed esclama: – Siamo in Francia! – I cuori danno un balzo, gli occhi si cercano, le mani si stringono. – Siamo in Francia! – si ripete. È un senso di gioia inesprimibile; pare che in quel momento le due nazioni si siano strette e baciate, ed abbiano gridato insieme: – Abbiamo vinto! – Ma che! Già la luce del gas impallidisce! Si sente un soffio d’aria vivida e pura! Le pareti biancheggiano! Il vapore getta un lungo grido di trionfo! Ecco i monti! Il Sole! La Francia! È un momento sublime. Modane è subito lì sotto, e la strada ferrata ci arriva con una gran curva, che si percorre in pochi minuti.”

Giuseppe Canella (1788-1847)

Veduta del Castello del Buonconsiglio a Trento

Giuseppe Canella fu un eccellente paesaggista, formatosi nell’Italia pre-unitaria, quasi come autodidatta, ma con una onnivora attenzione all’arte internazionale, viaggiando molto e restando quasi dieci anni a Parigi. Nel 1835 si trova a Trento ove realizza, un po’ en plain air e un po’ in atelier alcuni quadri sul paesaggio urbano. Qui la grande mole, un po’ decadente, del castello del Buon Consiglio (in quel momento adibito in parte a caserma) fronteggia palazzo Trauttmansdorff. Noterelle storico-politiche per dire il clima che aleggiava a Trento in quegli anni: è documentato un carteggio tra Canella e e Francesco Lunelli, intellettuale locale, sui costumi delle persone dipinte che dovevano essere “italiani” e non “tedeschi”. Un quadro “irridentista”, potremmo dire.