Una piccola idea e neanche tanto originale per rimanere vicini, incontrarci virtualmente durante questa nuova fase pandemica.

Leggere insieme descrizioni di paesaggi letterari e vedere quadri che descrivono il nostro Paese.

 
Tra visioni e parole alimentare la nostra volontà di non perdere i legami con i luoghi che contrassegnano la nostra storia nazionale e individuale e il desiderio di vederli o rivederli.
  
In questi mesi abbiamo vissuto emozioni diverse, contrastanti, altalenanti. Abbiamo davanti ancora momenti inquieti e non semplici, ma siamo sicuri che la prima cosa da fare è rimanere per quanto possibile in contatto. Sentirci, scriverci, comunicare e condividere emozioni. Senza maschere e senza mascherine. Con il cuore.
 

15 Novembre 2020

Atmosfere gotiche a Finale Ligure

A.G. BARRILI – CASTEL GAVONE: STORIA DEL SECOLO XV

 

Anton Giulio Barrili, savonese (1836-1908), garibaldino, patriota, giornalista e scrittore prolifico ci regala la sua descrizione di Finale Ligure, in cui è ambientata una vicenda medievale con due cavalieri protagonisti. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1875 a Milano per i tipi di Treves.

 

“A’ dì 26 novembre dell’anno 1447 della fruttifera incarnazione (così dicevasi allora, né io mi stillerò il cervello a rimodernare la frase), due cavalieri, che pareano aver fretta, galoppavano in sulle prime ore del mattino per la strada maestra che, svoltate le rupi di Castelfranco, lunghesso la marina del Finaro, risale verso il borgo. Che risalga è un modo di dire, trovato da noi, i quali abbiam sempre la mente alle carte geografiche, e ci raffiguriamo il settentrione su in alto e l’ostro umilmente segnato nel basso. La strada di cui parlo era per contro ed è tuttavia in pianura, come la spiaggia che rasenta e come la valle in cui piega.

Questa valle, che per amore del Medio Evo io dirò del Finaro, ma che i lettori possono, senza scrupoli di coscienza, chiamar di Finale, è stretta, ma piana, e la si abbraccia tutta quanta in un colpo d’occhio. Essa è conterminata da tre montagne; due la fiancheggiano, accompagnandola cortesemente fino al mare; un’altra la chiude a tramontana, o, per dire più veramente, la divide in convalli, dandole in tal guisa la forma di una ipsilonne, il cui piede si bagna nel Tirreno e le braccia si allungano verso il padre Appennino, che in quei pressi per l’appunto incomincia, spiccandosi dall’altura del Settepani, ultimo anello della catena delle Alpi marittime. Nella inforcatura dell’ypsilon (poiché ho presa a nolo questa inutilissima tra le lettere dell’alfabeto, ne spremerò tutto il sugo) si alza il monte del Castello, che ha il borgo del Finaro alle falde. Due torrenti, Aquila da levante e Calice da ponente, scendono dalle convalli, circondano il borgo, si maritano sotto le sue mura (stavo per dire sotto i suoi occhi), pigliano il nome di Pora e in un letto che è lungo un miglio, o poco più, consumano le nozze modeste, vigilate in sulla foce dalle due montagne accennate più sopra; Monticello a levante, che finisce poco lunge dalla spiaggia nei dirupi bastionati di Castelfranco, e Caprazoppa a ponente, ruvida schiena di monte che s’inarca a mezza via, indi si abbassa, si prolunga a dismisura verso mezzogiorno e coll’estremo suo ciglio si getta a piombo nel mare. Tra questi due monti, e lungo la spiaggia, si stende ora una piccola ma ridente città, che porta il nome di Finalmarina. Al tempo di cui narro, si diceva in quella vece la Marina del Finaro e non era che un’umil terra di duecento fuochi; laddove il borgo feudale, murato in capo alla valle, ne noverava ben quattrocento, e, coronato dal suo castel Gavone, dimora e sede di giustizia ai marchesi Del Carretto, comandava su tredici borgate minori, sparsa sui greppi che gli sorgevano intorno, e per le valli che gli serpeggiavano da tergo.

Intanto che io tengo a bada il lettore benevolo, i due cavalieri hanno avuto il tempo di varcar la Marina, offrendo spettacolo di sé ad alcune frotte di pescatori, che traggono a terra le reti, e dando una sbirciata a due galere, che stanno sulle ancore in un cantuccio della rada, coi provesi legati agli argani della spiaggia. Giunti a poca distanza dal torrente, hanno voltato a destra, verso la valle, dalla cui apertura una severa ma bella veduta si affaccia loro allo sguardo. La Caprazoppa, co’ suoi massi enormi, sporgenti da ripide falde scarsamente vestite di umili cespugli ed erbe di facile contentatura, riceve ed ammorbidisce nella sua tinta rossigna, qua e là chiazzata d’azzurro, la vivida luce del sole. Laggiù, in capo alla valle, il cui fondo è ancora a mezzo velato dall’ombra della costiera di Monticello, s’innalza il dorso alpestre, su cui è murato il castello Gavone, superba mole solitaria, fiancheggiata da quattro torri, che siede a custodia dei passi sottostanti. Veduto a quella distanza, così solo in mezzo alle balze digradanti, il nobile edifizio comanda l’ammirazione e la riverenza. Lo si direbbe un avvoltoio, posato alteramente sulla sua rupe, in atto di spiare intorno e meditare da qual parte abbia a calarsi veloce, per afferrar la sua preda. Non lunge dal castello, la rupe si deprime un tal poco, indi risale, si gonfia e tondeggia in ampio dorso sassoso. È questa la roccia di Pertica, che, veduta da settentrione, apparisce dirupata, inaccessibile, come una di quelle rocche incantate che vide e ritrasse la fantasia dell’Ariosto. La vetta del monte, le bianche torri di Castel Gavone e i sottoposti declivi, risplendono al sole; il borgo del Finaro non si vede, ascoso com’è dietro un colmo di piante, ma lo s’indovina dalla merlatura di qualche torrione, o dalla guglia di qualche campanile, che sbuca dal verde.”

Giuseppe Casciaro (1863-1941)

Marina di Capri

Capri, mare e luci e strapiombi rocciosi amati sin dall’antichità: si pensi alla villa di Tiberio. Capri descritta nella letteratura da Neruda a Moravia, per esempio.
Giuseppe Casciaro, nato a Ortelle in terra di Lecce fu un pittore paesaggista allevato alla disciplina del vero, ma attento al panorama internazionale tanto da vivere a Parigi ed entrare nella “scuderia” di Goupil, il selezionatore attento di pittori in base al gusto di mercato, che aveva anche tra i suoi pittori come Mariano Fortuny o Boldini e il pugliese De Nittis. Con questo bagaglio di relazioni, suggestioni e confronti Casciaro partecipò sistematicamente a mostre, esposizioni, concorsi con successo adeguando via via il suo stile alle novità che si imponevano nel mondo artistico, e restando, tuttavia fedele alle sue intuizioni primitive.