Una piccola idea e neanche tanto originale per rimanere vicini, incontrarci virtualmente durante questa nuova fase pandemica.

Leggere insieme descrizioni di paesaggi letterari e vedere quadri che descrivono il nostro Paese.

 
Tra visioni e parole alimentare la nostra volontà di non perdere i legami con i luoghi che contrassegnano la nostra storia nazionale e individuale e il desiderio di vederli o rivederli.
  
In questi mesi abbiamo vissuto emozioni diverse, contrastanti, altalenanti. Abbiamo davanti ancora momenti inquieti e non semplici, ma siamo sicuri che la prima cosa da fare è rimanere per quanto possibile in contatto. Sentirci, scriverci, comunicare e condividere emozioni. Senza maschere e senza mascherine. Con il cuore.
 

17 Novembre 2020

Urbino, città universitaria

P. VOLPONI – URBINO, NEBRASKA

 

Paolo Volponi nato a Urbino nel 1924, pur lasciando la città per raggiungere Roma e poi Ivrea, dove lavorerà alla Olivetti, non dimenticherà mai la sua città di origine, le sue atmosfere, al sua storia, la sua umanità.
Urbino ricorre costantemente quale fondale degli avvenimenti raccontati in “Il sipario ducale” e in “La strada per Roma”, nella raccolta di poesie “Le mura di Urbino” e, ancora in “Cantonate di Urbino”, per citare solo alcuni tra i suoi lavori in cui la città rivendica uno spazio narrativo considerevole.
Anche in “Urbino, Nebraska” libro di racconti, ritroviamo Zena, studentessa alle prese con la città e con la sua conoscenza.

 

“In camera invece si mette a ripassare una per una le coste delle sue tre mensole di libri – per fare numero ci tiene anche i manuali delle superiori che non le servono più, tipo chimica – poi prende la guida “Studiare a Urbino” e se la porta sul letto.
Lei si sente ancora la stessa di quando, alla fine dell’estate, se ne sta lì a sfogliare la guida dell’ERSU, immaginandosi la città dove avrebbe passato i prossimi anni della sua vita, come se fosse una città nuova che lei non aveva mai visto. La prima parte è un po’ pallosa. L’introduzione comincia dalla citazione scontata di Baldassarre Castiglione che nel Cortegiano definisce il Palazzo Ducale “una città in forma di palazzo”. E’ la prima di una sfilza di citazioni letterarie di Urbino che arrivano fino all’ “Aquilone“ di Pascoli, poesia che lei sa a memoria dalle elementari, e non la sopporta propri. Invece non sa niente di questa descrizione del Palazzo Ducale di Bernardino Baldi: “il palazzo e fabbricato tutto di mattoni diligentissimamente lavorati e di buonissima terra e ben cotti”. Bernardino Baldi parla di pietra di calcina, di mattoni, parla della città come ne parlerebbe un muratore, piacerebbe di sicuro a suo padre. Nella sezione storica si raccontano le origini della città a partire da Federico da Montefeltro. Sì certo le origini romane – ci sono ancora alcuni blocchi di mura ben visibili – ma poi si dà così risalto al duca Federico, come se oltre i torricini la città intera l’avesse costruita lui dal nulla, come se fosse uno di quei fondatori nei miti il Romolo di Urbino a tutta pagina. È riprodotta un’antica cartina topografica della città il perimetro delle mura le fa pensare a un fegato con la punta nel Torrione di San Polo. Tutta questa parte Zena la scorre sempre svogliatamente, al contrario dell’ultima, dedicata ai collegi di De Carlo. Chissà se è solo una leggenda, ma pare che i nomi li avrebbero scelti perché così li chiamavano i muratori che stavano costruendo Tridente Colle Vela Aquilone Serpentine.

Il giorno stesso in cui si era iscritta Zena era andata a farci un giro. Li conosceva già, ma quando aveva messo piede al Tridente aveva sentito il suo io che si espandeva. Gli oblò rotondi che fanno da finestre, le scale a chiocciola, i corridoi di cemento a vista -dopo 10 minuti si era persa. L’ultima pagina del volumetto è spiegabile e contiene la cartina topografica dell’intero complesso dei collegi. Sarebbe un sogno avete una stanza ma non succederà: mai lei è residente a Urbino. Segue con il dito il percorso dell’entrata fino al braccio due del Tridente, quello delle ragazze di economia. La 145 deve essere più o meno qui ,in questo punto che guarda ovest. Lo sa perché la stanza, aperta la finestra, dà direttamente sul prato – ha passato un paio di pomeriggi di ottobre insieme alle ragazze a fumare su un plaid – con il profilo degli Appennini all’orizzonte imponente e irregolare come una spina dorsale preistorica.

Pietro Annigoni (1910-1988)

Ponte Buggianese

Piccoli centri in Versilia e oltre, lungo la via Francigena, importanti un tempo perché luoghi in cui un ponte permetteva il guado di un fiume, ostacolo insormontabile altrimenti. Siamo a Ponte Buggianese, ove Pietro Annigoni pittore milanese ma di fatto toscano d’adozione lavorò nel dopoguerra agli affreschi della Pieve locale. Pittore di robustissima formazione tecnica, in grado di utilizzare tempere, olii e guazzi come un grande artista del Rinascimento (tempo al quale volutamente si rifaceva), Annigoni fu sempre attratto dal paesaggio italiano ed estero, confidando i suoi turbamenti alle pagine di un diario in cui il paesaggio era una dei temi dominanti. Fu definito anche il pittore delle regine, poiché ritrasse, tra le altre, Elisabetta II. In realtà fu un pittore a tutto tondo, capace di grandi stesure ad affresco, sintesi grafiche, meditazioni visive su piccoli paesaggi…