Una piccola idea e neanche tanto originale per rimanere vicini, incontrarci virtualmente durante questa nuova fase pandemica.

Leggere insieme descrizioni di paesaggi letterari e vedere quadri che descrivono il nostro Paese.

 
Tra visioni e parole alimentare la nostra volontà di non perdere i legami con i luoghi che contrassegnano la nostra storia nazionale e individuale e il desiderio di vederli o rivederli.
  
In questi mesi abbiamo vissuto emozioni diverse, contrastanti, altalenanti. Abbiamo davanti ancora momenti inquieti e non semplici, ma siamo sicuri che la prima cosa da fare è rimanere per quanto possibile in contatto. Sentirci, scriverci, comunicare e condividere emozioni. Senza maschere e senza mascherine. Con il cuore.
 

23 Novembre 2020

Morra Irpino, il paese scosceso di De Sanctis

F. DE SANCTIS – NAPOLI, 28 Marzo

 
Francesco De Sanctis (1817-1883) nacque a Morra Irpino da una famiglia di proprietari terrieri legata alla carboneria.
Formatosi a Napoli, diverrà docente alla scuola militare della Nunziatella, per poi aderire ai moti del ’48, conseguentemente fuggendo a Torino e poi a Zurigo. Dopo la conquista garibaldina del sud diverrà Governatore della Provincia di Avellino. Ministro della Pubblica istruzione per il governo Cavour e Ricasoli, fu uno tra i primi a porre attenzione sulla “questione meridionale”, anche sollecitato dalla conoscenza del naturalismo di Zola. Il brano è tratto dal resoconto dettagliato del suo Viaggio elettorale del 1875.

 

“Oggi è dì Pasqua, e tanti auguri a’ miei Morresi, poiché sono a parlar di loro. A’ quali morresi non basta esser detti di Morra, e si sono aggiunti un titolo di nobiltà, e si chiamano degli Irpini. La discendenza, come vedete, è assai rispettabile, e gli è come dire: antichi quanto gl’Irpini.
A Morra corre un motto, nato non si sa come, né quando, ma esso pure di rispettabile origine, perché nella mia fanciullezza lo trovai già antico in bocca ai nonni e alle nonne. E il motto è questo: Napoli è Napoli, e Morra passa tutto. Altri poi, esagerando più, vi mettono una variante, e dicono: Che Napoli e Napoli? Morra passa tutto. Questa boria locale annunzia già che la virtù principale di quegli abitanti non è la modestia. Ma un po’ di vanità non guasta, anzi dà buoni frutti, quando ci sia dentro una lega d’orgoglio. E il primo frutto è questo che ti rende affezionato al tuo paese, sicché tu non debba dire a viso basso: sono di Morra. Poi, un morrese mette una specie di civetteria a ben comparire lui e a far ben comparire il paese. E indossa gli abiti nuovi il dì di festa, e sa far bene gli onori di casa all’ospite, ama una certa decenza di forme, e se non è ancora gentile, non lo puoi dire grossolano. Raro è che un morrese sia avaro, anzi spende volentieri, e lo stesso gusto hanno gli amministratori del comune. Hanno voluto che a Morra ci si vada in carrozza, e hanno costruita la Via Nuova, che costa un occhio. Hanno voluto ancora rettificare e rinnovare le strade interne, e darsi il lusso de’ lampioni; sicché Morra di sera è un bello vedere, massime chi lo guardi da lungi e d’allo alto, come fec’io venendo di Guardia. E hanno pensato anche a’ morti, e Morra ha oggi il suo bel camposanto. Tutto questo ha costato una bella moneta, che ha fatto un po’ mormorare i rigidi custodi dell’antica parsimonia, ma oggi la spesa è fatta, e di Morra così com’è sono contenti tutti. Cosa era Morra in antico, nessuno sa. E mi pare che quando si pretende a gloriose origini, la vanità avrebbe dovuto avere un po’ di cura a conservare quelle memorie. Una vaga tradizione accenna alla presenza di Annibale in quella parte, che vi avrebbe edificato un campo militare, occupato poi da’ Romani, e divenuto Morra. Il fatto è che Morra non ha storia. E ciò che ha potuto essere, non si può congetturare che dalla sua topografia.

Il nocciolo di Morra è il monte delle Croci, o il Calvario, o anche della passione, ch’è una vera via crucis, dove gli abitanti nella settimana santa andavano a celebrarvi i Misteri. A pie’ del monte era l’antico cimitero, il quale con esso il monte formava il così detto territorio sacro, chiamato anche la costa, a cui si contrappongono i Piani, che è quanto dire la pianura. Dal cimitero partono due strade, di cui l’una non è che il prolungamento della costa, con case sparse a dritta e a manca, l’altra un po’ più a destra e là dove la costa è più inclinata, e scende e scende sempre. La prima sembra un braccio della costa, insino a che si eleva e forma una bella altura o collina, sulla quale torreggia il castello, o come dicono, il palazzo del principe, che poco starà a divenire un granaio e un fenile. Il palazzo è immenso verso la piccolezza del paese, e doveva essere in illo tempore esso tutto Morra, aggiuntovi quel piccolo spazio, che a sinistra ha casa De Sanctis, a dritta casa De Paola, e in mezzo la chiesa, grande anch’essa e con una bella piazza innanzi. La strada, correndo diritta e piana e ampia innanzi al palazzo, come per rendere omaggio al signore del luogo, tutt’a un tratto si restringe, si abbassa, e corre rapida verso giù a formare una gentile stradetta, chiamata Dietro Corte, sulla quale guarda casa De Sanctis e dopo di aver formata una gran piazza, precipita giù. Dietro Corte! Sicché quello spazio, che domina, doveva essere Corte anch’esso, dimora de’ vassalli e servitori, di Corte, un bell’onore in verità per i miei antenati!

A questo braccio della costa, su cui sorge l’antico Morra, corre parallela l’altra strada, che andando sempre in giù mena al Feudo, il vasto territorio del principe. Scendendo, si arresta sul principio due o tre volte, e forma brevi pianure o piazze, quasi a riposarsi e a pigliar nuova lena alla discesa. Morra si è ito poco a poco allargando su queste due strade, sulla costa e sul pendìo, sull’altura e sulla discesa, e hai l’alto e il basso Morra, che sottoposta ti dà l’antico e il nuovo Morra. La via Nuova s’imbocca nella strada a destra, dov’è il pendìo della costa, e diviene il Toledo di Morra, una strada interna, oggi rifatta a nuovo, che attraversa il paese. Ivi è l’entrata, nobile e presentabile, l’entrata in carrozza, e sei subito in piazza, un magnifico altipiano, su cui guarda la chiesa della Nunziata, di antica architettura, col suo porticato di un aspetto severo, e ai lati hai parecchie case di antiche famiglie, oggi spente o ammiserite, come sono i Cicirelli, i Grippo, i Sarni, abitate da nuovi padroni. La strada scende poi quasi senza pigliar fiato, costeggiata di case, fino a casa Manzi, dove, raggiunta dalla strada di sopra, formando una piazzetta, piega a dritta, e rasentando casa Del Buono, va a formar via de’ Fossi innanzi a casa Donatelli. Il nome della via indica già che lì è il punto massimo dell’abbassamento, sicché, dopo una breve fermata, dov’è l’ultima piazza, con la sua chiesa di San Rocco e il suo obelisco su cui pompeggia la statua del Santo e le sue graziose case intorno, la discesa è così ripida, che il paese non si è potuto tendere più da quel lato. Dunque una costa in pendìo avvallata è Morra. Ed è tutto un bel vedere, posto tra due valloni. A dritta è il vallone stretto e profondo di Sant’Angiolo, sul quale premono le spalle selvose di alte vette, e colassù vedi Sant’Angiolo, e Nusco, e qualche punta di Montella, e in qua folti boschi che ti rubano la vista di Lioni. A sinistra è la valle dell’Isca, impetuoso torrente che va a congiungersi coll’Ofanto, e sopravi ignudi e ripidi monti, quasi un anfiteatro, che dalla vicina Guardia si stende sino a Teora, e ti mostra nel mezzo il Formicoso, quel prato boscoso dietro di cui indovini Bisaccia, e ti mostra Andretta, e il castello di Gairano, avanguardia di Conza, e Sant’Andrea. L’occhio non appagato, navigando per quell’infinito, si stende là dove i contorni appena sfumati cadono in balìa dell’immaginazione, e a dritta indovina Salerno e Napoli e vede il Vesuvio quando fiammeggia, e a mancina corre là dov’è Campagna. Non ci è quasi casa, che non abbia il suo bello sguardo, e non c’è quasi alcun morrese, che non possa dire: io posseggo con l’occhio vasti spazi di terra.

Chi gitta un’occhiata sull’ossatura di questo paese può almanaccare sulla sua storia. In alto è il medio evo col suo castello di Castiglione e a’ fianchi il Monastero di Santa Regina. Più che un paese, era un campo murato, con le due sue porte, poste in sito vantaggiosissimo alla difesa. Tale doveva essere ancora Guardia Lombardi, che sta in luogo così eminente: e quando io vedo tutti quei paesi sulle vette, concepisco tempi selvaggi di uomini contro uomini, ne’ quali si cercava riparo sulle cime de’ monti, come nel diluvio. Lì stava quel campo chiuso col suo castello e la sua chiesa e il cimitero e il calvario e il monastero, con quella mescolanza di sacro e di profano, di castellani e di frati, di alabarde e di corone, di peccati e di penitenze, di balli e di missioni, che portava il tempo. E ora tutto è in rovina, crollate o crollanti le case sulle falde della costa, e veri letamai in più d’uno di quei luoghi abbandonati. Colassù stesso dove il barone chiamava a raccolta la sua gente d’arme, e dove gli allegri canti in onore della castellana si stendevano per quel dolce azzurro infinito, non è rimasto di vivo e d’interessante che un’ottima cantina; e il silenzio funebre della giornata non è rotto che solo la sera dal rantolo del gioco alla morra e dalle orgie clamorose dei bevitori, illuminati da’ bei riflessi del sole che si nasconde.

Venuti tempi più miti e meno sospettosi, Morra si andò stendendo a destra sul pendìo e prolungando verso il basso, secondo comodità o piacere, e divenne un vero e proprio comune con la sua casetta comunale che ha le spalle volte alla chiesa, e il popolo teneva forse le adunanze nella piazza avanti la chiesa. Ma nessuno edificio di qualche importanza attesta una potente vita municipale e quella casetta sembra più un luogo scelto così a caso e provvisoriamente a quello ufficio, che una dimora degna del comune. Più vivo era il sentimento religioso, sopravvissuto esso solo a tutto quel mondo feudale; riacceso, quando, afflitto il paese dalla peste, si elesse a protettore San Rocco, e gli sacrò una chiesa edificata di pianta verso il basso, dove poi si andò stendendo e aggruppando il comune. Questi spiriti religiosi si sono mantenuti fino ad oggi; e a mia memoria la chiesa principale fu ampliata e rifatta, e ultimamente fu alzata una statua a San Rocco. La statua decora quell’ultima piazza che prende nome dal Santo, monumento dell’età novissima e scredente in memoria dell’antica pietà. Altra memoria non è in quelle piazze ignude, e sembra che gli uomini vi sieno vissuti in uno stato poco lontano dal selvaggio, che non ha storia e vive di poche e vaghe tradizioni. Andato io colà dopo lunga assenza, vi ho già trovata una storia, antiche e prospere famiglie venute giù o spente, e molta gente nuova, e subiti guadagni, e contadini ricchi e fatti padroni, e talvolta i loro padroni servi loro. Premio al lavoro e castigo all’ozio.”

Michele Lenzi (1834-1886)

Paese di campagna

Tipico paesaggio irpino dipinto da Michele Lenzi, nato a Bagnoli Irpino e testimone, spesso, della realtà locale attraverso i suoi quadri. Il ricchissimo filone della pittura di paesaggio nell’Ottocento italiano è contraddistinto da due aspetti ricorrenti: una costante circolazione degli artisti sul territorio prima dell’Unità nazionale propriamente detta che consente scambi, contaminazioni, confronti di ampio respiro; una aspirazione alla salvaguardia del tema “regionale” o locale. La vita di Lenzi è sotto certi aspetti paradigmatica. Si forma all’Accademia napoletana seguendo le indicazioni del classicismo romantico, partecipa all’impresa garibaldina, entra in contatto con un mondo intellettuale e politico più ampio, partecipa a una grande quantità di esposizioni, affronta il tema del rinnovamento pittorico in chiave macchiaiola, e nel contempo resta fedele ai luoghi che meglio conosce.

Il quadro in oggetto è composizione ordinata, una sorta di fermo immagine ideale di una realtà molto più complessa. Micheli, infatti, ben conosceva i problemi della sua terra: fu impegnato nella lotta al brigantaggio e consapevole che tale attività non poteva limitarsi ad azioni militari: quindi fondò la scuola di arti e mestieri (scuola professionale del legno). Si impegnò per l’apertura della strada Bagnoli-Laceno e delle via provinciali Calore-Ofanto e Bagnoli-Acerno. In particolare, dal 1881 al 1886 si batté per la costruzione della linea ferroviaria Avellino-Rocchetta attraverso la Valle del Calore. Al fine di ottenere l’approvazione del progetto soggiornò più volte a Roma, dove frequentò la trattoria del Lepre, allora punto di incontro degli artisti residenti nella capitale.

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