Una piccola idea e neanche tanto originale per rimanere vicini, incontrarci virtualmente durante questa nuova fase pandemica.

Leggere insieme descrizioni di paesaggi letterari e vedere quadri che descrivono il nostro Paese.

 
Tra visioni e parole alimentare la nostra volontà di non perdere i legami con i luoghi che contrassegnano la nostra storia nazionale e individuale e il desiderio di vederli o rivederli.
  
In questi mesi abbiamo vissuto emozioni diverse, contrastanti, altalenanti. Abbiamo davanti ancora momenti inquieti e non semplici, ma siamo sicuri che la prima cosa da fare è rimanere per quanto possibile in contatto. Sentirci, scriverci, comunicare e condividere emozioni. Senza maschere e senza mascherine. Con il cuore.
 

6 Novembre 2020

In Sardegna paesaggio senza tempo

G. DELEDDA – CANNE AL VENTO

 
 
Una Sardegna ammaliante e a tratti misteriosa è descritta da Grazia Deledda (1871-1936), nuorese di nascita, che conseguì il premio Nobel per la Letteratura nel 1926.  Tra le motivazioni per il conferimento del premio proprio la sua capacità di raccontare il vero della sua terra: una capacità che però fu non fu mai critica o analitica, ma che sorvolò sulle radici della reale e concreta arretratezza economica e sociale, quasi affettuosamente da lei definita “barbarie innocua”. 
Qui l’incipit del secondo capitolo del romanzo “Canne al vento” : siamo a Galtellì, a 9 km da Orosei, ai piedi del Monte Tuttavista. 
 
“All’alba partí lasciando il ragazzo a guardare il podere. Lo stradone, fino al paese era in salita ed egli camminava piano perché l’anno passato aveva avuto le febbri di malaria e conservava una gran debolezza alle gambe: ogni tanto si fermava volgendosi a guardare il poderetto tutto verde fra le due muraglie di fichi d’India; e la capanna lassú nera fra il glauco delle canne e il bianco della roccia gli pareva un nido, un vero nido. Ogni volta che se ne allontanava lo guardava cosí, tenero e melanconico, appunto come un uccello che emigra: sentiva di lasciar lassú la parte migliore di sé stesso, la forza che dà la solitudine, il distacco dal mondo; e andando su per lo stradone attraverso la brughiera, i giuncheti, i bassi ontani lungo il fiume, gli sembrava di essere un pellegrino, con la piccola bisaccia di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano, diretto verso un luogo di penitenza: il mondo. Ma sia fatta la volontà di Dio e andiamo avanti.
Ecco a un tratto la valle aprirsi e sulla cima a picco d’una collina simile a un enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del Castello: da una muraglia nera una finestra azzurra vuota come l’occhio stesso del passato guarda il panorama melanconico roseo di sole nascente, la pianura ondulata con le macchie grigie delle sabbie e le macchie giallognole dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile in mezzo come il pistillo nel fiore, i monticoli sopra i paesetti e in fondo la nuvola color malva e oro delle montagne Nuoresi.
Efix cammina, piccolo e nero fra tanta grandiosità luminosa. Il sole obliquo fa scintillare tutta la pianura; ogni giunco ha un filo d’argento, da ogni cespuglio di euforbia sale un grido d’uccello; ed ecco il cono verde e bianco del monte di Galte solcato da ombre e da strisce di sole, e ai suoi piedi il paese che pare composto dei soli ruderi dell’antica città romana. Lunghe muriccie in rovina, casupole senza tetto, muri sgretolati, avanzi di cortili e di recinti, catapecchie intatte piú melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiano le strade in pendío selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua e là dappertutto danno l’idea che un cataclisma abbia distrutto l’antica città e disperso gli abitanti; qualche casa nuova sorge timida fra tanta desolazione, e piante di melograni e di carrubi, gruppi di fichi d’India e palmizi danno una nota di poesia alla tristezza del luogo. ma a misura che Efix saliva questa tristezza aumentava, e a incoronarla si stendevano sul ciglione, all’ombra del Monte, fra siepi di rovi e di euforbie, gli avanzi di un antico cimitero e la Basilica pisana in rovina. Le strade erano deserte e le rocce a picco del Monte apparivano adesso come torri di marmo.”

Giorgio Morandi (1890-1964) – Paese

Giorgio Morandi visse nella sua Bologna una esistenza quieta e smorzata, come i colori dei suoi quadri più noti: le file di bottiglie allineate in precario equilibrio sui bordi del tavolo.

Nella casa di Bologna non ebbe un vero e proprio studio, che invece era una bella stanza luminosa nella casa di Grizzana, sull’Appennino Emiliano. Con la ritualità rasserenante (la stessa che Cezanne sviluppò nella sua Aix en Provence) che contraddistinse la sua vita , Grizzana fu il buen retiro suo e delle sorelle sin dal 1913, e a Grizzana la famiglia costruì nel 1959 la residenza estiva.

La luce dell’Appennino Emiliano, il calore dell’estate, i colori dei luoghi così tipici furono occasione di ripensamento visivo e arricchirono la produzione di Morandi, accompagnando le sue note nature morte. Superbo incisore (e docente di incisione in Accademia), le case silenti di Grizzana ricorrono anche in una nutrita serie di incisioni, in cui il bianco nero non svilisce affatto il paesaggio collinare e il borgo, ma lo definisce meglio,  segnalando gli esatti volumi dei colli, degli alberi e delle case.