Una piccola idea e neanche tanto originale per rimanere vicini, incontrarci virtualmente durante questa nuova fase pandemica.

Leggere insieme descrizioni di paesaggi letterari e vedere quadri che descrivono il nostro Paese.

 
Tra visioni e parole alimentare la nostra volontà di non perdere i legami con i luoghi che contrassegnano la nostra storia nazionale e individuale e il desiderio di vederli o rivederli.
  
In questi mesi abbiamo vissuto emozioni diverse, contrastanti, altalenanti. Abbiamo davanti ancora momenti inquieti e non semplici, ma siamo sicuri che la prima cosa da fare è rimanere per quanto possibile in contatto. Sentirci, scriverci, comunicare e condividere emozioni. Senza maschere e senza mascherine. Con il cuore.
 

7 Novembre 2020

Un borgo cinto dal Po

R. BACCHELLI – IL MULINO DEL PO

 
 
Riccardo Bacchelli pubblica a puntate sulla pagina della “Nuova Antologia” tra il 1938 e il 1949 una storia di fatiche, aspettative, sudori e riscatti che si incarna in quattro generazioni della famiglia Scacerni, che vive nel Delta del Po Ferrarese.
L’epopea familiare, alla quale si aggiungono tanti comprimari e storie di contorno, sarà poi ripubblicata nel 1957, qualche anno dopo la rovinosa alluvione del Polesine che aveva richiamato attenzione sul territorio fragile e speciale del delta padano.
Qui è descritta Guarda Ferrarese, borgo di età medievale, già documentato nel XII secolo, la sua chiesa, la sua piazza.
 
 
“Sempre, a memoria dei più vecchi, la Guarda ferrarese ha avuto, e serba a tutt’oggi, una particolarità, o vogliam dire stranezza: la chiesa volta le spalle alla parrocchia e ai parrocchiani. La facciata, infatti, guarda al fiume, e tra il sagrato e l’argine che lì s’incurva alto e massiccio a proteggere quella punta ardita di terra in un gomito del Po, non v’è spazio da capirci un paese, per quanto minuscolo.
Le case dunque, per la più parte, sono nate dietro la chiesa, verso la campagna; ma non fu sempre così, ché la punta si protendeva più lontana e più agiata nel fiume, che prendeva più larga la svolta; e c’era la golena abbastanza larga e salda da starci varie case e una fornace, anche se nelle piene grosse il fiume saliva a spegnere il fuoco nei fornelli. Era chiamata Fornace Guerra; e il vecchio limo del Po dà mattoni d’eccellente qualità. Ma per risalire a quei tempi non basta la memoria dei più vecchi. Le mappe catastali antiche segnano pezzi di terra coltivati e fabbricati, che il fiume s’è presi da tant’anni, insieme alla golena.
Così
dunque il grosso delle case si raggruppò dietro la chiesa, via via che il fiume serrava più da vicino; ed essa parve che le coprisse, umili, come la chioccia i pulcini, avvistato il falco.

Ma a chi viene da Ro e dal Ponte della Pioppa per la strada dell’argine vecchio, innanzi il gomito e la stretta del fiume, si offriva un resto della Guarda di prima: un borghetto di frusti abituri, anche più umili, acquattati fuor di mano negli orti e nei campicelli e fra piccoli boschetti di pioppi, che si chiamava, per scherzo, il Ghetto della Guarda. A questo seguiva Piazza Vecchia, rimanenza anch’essa della Guarda d’una volta, col cadente campanile dalla base interrata.
Lo si faceva risalire, questo a tempi anche più remoti, specola militare di quando nelle acque della Polesella e delle Guarde, e di Po e di Volano, il grande artigliere Alfonso e il pugnace cardinale Ippolito da Este espugnavan le galee dei veneziani; e ciò sa ogni lettore dell’Ariosto; o come quando alla Polesella battagliarono per passare gli imperiali del Principe Eugenio contro i soldati del re di Francia. E lo volevan dire ancor più antico,
e di molto, e che fosse un faro dei tempi in cui le lagune navigabili si stendevano fin lì.
Da Piazza Vecchia alla chiesa ed alla Guarda nuova, s’andava per una stradetta mezza campestre, detta Via Barchessa. Rimanendo dunque il campanile discosto assai dalla chiesa, sagrestano e campanaro, durante le funzioni, si intendevano a segnali.
Sull’altro lato della chiesa, alla destra c’era il camposanto; e non era il primo, e non è stato l’ultimo, poiché più tardi è stato portato più dentro terra, quasi il fiume, non contento né stanco 
mai di premere e d’angariare i vivi, abbia voluto far migrare anche i morti.”

Achille Tominetti (1848-1917) – Paesaggio con pecore

Siamo a Miazzina, sul Lago Maggiore.

Se guardate bene a sinistra, nel quadro vedrete due sciabolate di colore chiaro, quasi a formare una esse. Quella è la rilucente superficie del lago, intorno al quale tra fine Ottocento e primi del Novecento furono costruite molte ville, residenze in cui nobiltà e ricca borghesia internazionale si incontravano. In quelle case eleganti passò anche Achille Tominetti, pittore (1848-1917) che si formò all’Accademia di Brera, intridendo la sua pittura dei dettami tecnici del divisionismo e stemperandola nella poesia della sua montagna. Una montagna povera, in alto; una ricca vita che parlava le lingue più diverse, in basso. Tominetti frequentò entrambe, ma scelse di raccontare soprattutto la prima, pur riscuotendo consensi nella seconda.