Una piccola idea e neanche tanto originale per rimanere vicini, incontrarci virtualmente durante questa nuova fase pandemica.

Leggere insieme descrizioni di paesaggi letterari e vedere quadri che descrivono il nostro Paese.

 
Tra visioni e parole alimentare la nostra volontà di non perdere i legami con i luoghi che contrassegnano la nostra storia nazionale e individuale e il desiderio di vederli o rivederli.
  
In questi mesi abbiamo vissuto emozioni diverse, contrastanti, altalenanti. Abbiamo davanti ancora momenti inquieti e non semplici, ma siamo sicuri che la prima cosa da fare è rimanere per quanto possibile in contatto. Sentirci, scriverci, comunicare e condividere emozioni. Senza maschere e senza mascherine. Con il cuore.
 

8 Novembre 2020

Il mondo Bianco con gli occhi di una donna

H. D’ANGEVILLE – LA MIA SCALATA AL MONTE BIANCO 1838

 
Nell’ambito della letteratura un settore privilegiato è occupato dalla “letteratura odeporica”, ossia la letteratura di viaggio. 

Spesso le descrizioni dei viaggiatori sono documenti e monumenti preziosi di un passato visivo e di esperienze che consentono di ricostruire importanti passaggi della storia e della cultura. 

Henriette d’Angeville nel suo libriccino verde annota con dovizia l’impresa che la porterà a calcare nel settembre del 1838 la vetta del Monte Bianco, con la volontà e la consapevolezza di essere protagonista di una scalata memorabile. Prima di lei, nel 1808, Marie Paradis aveva raggiunto la cima, ma con uno sfinimento e una partecipazione “passiva” alla spedizione. Henriette, è, al contrario al centro della vicenda ed è al centro della percezione tutta ottocentesca del mare di montagne e di bellezza che si estende davanti ai suoi occhi. 

 

Henriette d’Angeville, Io, in cima al Monte Bianco. 

“La vetta è una sorta di groppa lunga forse duecento piedi e larga trenta; e nel senso della larghezza non è mai piatta, e se tre persone stanno di fronte, una di loro si trova di qualche spanna più in basso delle altre. È coperta di una crosta di neve dura e scagliosa, a metà tra la neve soffice e il ghiaccio. […] Da qualunque parte ci si volga, l’occhio scorge soltanto contrafforti montuosi, ma in tutte le direzioni le caratteristiche mutano, formando panorami diversi. Lo si direbbe un immenso museo messo là per risarcire il viaggiatore coraggioso dei pericoli affrontati per giungervi. La veduta da nord-est domina tutte le altre, grazie allo spettacolo grandioso dell’assieme delle alte Alpi. Da qualunque luogo, fuorché dal Monte Bianco, le loro masse gigantesche sembrerebbero voler minacciare il cielo; ma viste da lassù, nel loro uniforme colore grigiastro interrotto da nubi orizzontali su cui s’innalzano migliaia di guglie, mi parvero un oceano di cui ogni guglia fosse un’onda. La Jungfrau è la prima vetta di una immensa catena, nella quale mi furono poi fatti notare il Wetterhorn, la Gemmi, il San Gottardo, il Cervino e, più a est, il Monte Rosa, le cui diverse cime nevose s’innalzano maestosamente sopra quel mare di montagne, simili a un’immensa roccaforte che sorge dal grembo dei flutti.  

A est le valli di Courmayeur e di Aosta mi parvero sul fondo di precipizi, situate come sono ai piedi delle montagne. Intravvidi numerosi villaggi…Mi affrettai a distogliere lo sguardo da quegli oggetti così piccoli, così meschini in confronto alle masse imponenti che rivelano la potenza del creatore! 

La sola costruzione che avrei voluto vedere come degna del luogo in cui mi trovavo era il convento del Gran San Bernardo, quell’ostello di carità attiva dove uomini devoti si consacravano al servizio dell’umanità. Una barriera di montagne me ne impediva la vista e le guide poterono soltanto indicarne la direzione. A est, come a sud-est si vede un’altra linea oltre la quale non scorsi nulla. Non cercavo, né mi dispiaceva di non vedere, le pianure lombarde e le numerose città che vi sono disseminate. Cercavo il mare, che avrebbe aggiunto un tocco di grandiosità al quadro. Invano mi feci indicare la sua posizione e provai a più riprese di scorgerlo; mi fu impossibile illudermi. Per quanto l’atmosfera fosse pura e senza nubi, il tempo radioso, e il mio cannocchiale eccellente! Non mi rassegnai e commisi, confesso, il peccato d’invidiare coloro che mi avevano preceduto nella conquista della vetta e ch’erano stati tanto fortunati da vedere quel ch’io cercavo vanamente. [… ] 

Ai piedi del Monte bianco, in direzione nord, si stendeva la valle di Chamonix. Vedevo anche il villaggio e pensando a tutti i cannocchiali che in quel momento erano puntati su di noi, sentii nello stesso tempo un moto d’orgoglio per la vittoria conquistata sotto gli occhi di tanti spettatori e una vera soddisfazione al pensiero che tutte quelle famiglie, tanto preoccupate, contandoci potevano avere la certezza che la parte più faticosa e pericolosa del viaggio si era conclusa senza incidenti. 

Sopra Chamonix vi sono altri contrafforti montuosi su cui spicca il Buet. 

Infine, in direzione della catena del Monte Bianco, la vista domina tutte le guglie che la compongono; per chi ha percorso queste regioni niente di più facile che riconoscere picchi, ghiacciai, paesaggi e luoghi principali. Il Jardin, tra gli altri, mostrò il suo prato verde che, incorniciato fra i ghiacci eterni sembra un isolotto. Alla sua destra le Grandes Jorasses, poi l’Auguille du Géant, e infine come una specie di sentinella avanzata Le Mont Maudit, qualche centinaio di piedi sotto di noi. Tale è il panorama dalla vetta del Monte Bianco, e ammiravo quell’insieme imponente alla luce del sole più radioso. Quanto al cielo era di un azzurro cupidissimo sulla nostra testa e schiariva fino a diventar celeste all’orizzonte, ma i colori erano talmente fusi uno all’altro che sarebbe stato impossibile indicare i punti precisi del mutamento. Quel cielo così straordinario, quel caos di montagne immani, quelle nubi traforate e sormontate dai picchi grigiastri, la neve eterna, il silenzio solenne di quel deserto, l’assenza di qualunque rumore, di qualunque essere vivente, di vegetazione e soprattutto di qualunque grande città la cui vista potrebbe ricordare che non ci si è allontanati dagli uomini, tutto, in una parola, si unisce per creare l’illusione di un mondo nuovo, di essere trasportati alle ere primigenie.

 

Per un attimo ho creduto di assistere allo spettacolo della creazione che sorge dal grembo del caos.”

 

Renato Guttuso (1911-1987) – Fichi d’India

Renato Guttuso, profondamente legato alla Sicilia in cui è nato, ne è divenuto interprete anche attraverso il paesaggio, utilizzando una forza espressionista che si traduce in colori dirompenti.

Le forme del cactus solitario, spesso affacciato sul mare ricorrono spesso nei suoi quadri.  Una Italia mediterranea, che sa di sale e di mare, di luci forti e di contrasti emerge costantemente come, d’altronde, nelle parole di Elio Vittorini, in Conversazioni in Sicilia: “erano di pietra celeste, tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra… “.