Appunti di viaggio

Esercizi di Osservazione: Le castagne

Esercizi di Osservazione: Le castagne

Il mese delle castagne sta finendo: novembre, il mese più difficile dell’anno è alle porte. Giornate brevi, la notte che spezza il giorno quando è ancora vitale, l'autunno che non è ancora inverno; anche se poi nelle nebbie che risalgono i crinali, nell'odore di muschio ed erba bagnata si ritrova sempre un piccolo eco di natura.

Le castagne sono il miracolo di ottobre, quando i ricci iniziano a cadere e rotolano sull'erba, fessurandosi sino a lasciare intravvedere il lucido mantello marrone di questi frutti ricchi e buoni, pasto antico e versatile.

Le castagne sono racconto, sono memoria di famiglia, di generazioni, di genti. Il popolo della bassa montagna è vissuto, per secoli (millenni) grazie alle castagne: raccolte fatte essiccare, rese farina, rese pane, dolce, glassate per i salotti eleganti e noiosi.

Le caldarroste sono, per molti, un sapore dell'infanzia da ricercare anno dopo anno: la padella di ferro sulla stufa, i gesti metodici del nonno che incide la buccia delle castagne, la sapiente capacità di farle danzare ricadendo tutte insieme nella padella, lo sfumato di vino, la carta "straccia" nella quale avvolgerle prima si sbucciarle, annerendosi le dita.

I castagneti, quando sono ancora curati, sono spettacolo di bosco, monumento di grandezza e del tempo, con i secolari alberi scanditi sul lento ascendere del monte, granitici nelle loro dimensioni, rugosi e orgogliosi delle crepe della corteccia, casa di un mondo invisibile di brulicante vita.

Del castagno abbiamo imparato a usare tutto: i frutti, le foglie lettiera di uomini e animali, fruscianti nidi che accoglievano il sonno di bambini e cuccioli, i tronchi che diventavano parti di solide case, e ciocchi che si consumavano nelle stufe e nei camini, e piccoli o grandi oggetti utili, scolpiti nelle lunghe sere d'inverno.

I castagneti abbandonati sono un urlo doloroso della terra: gli alberi aggrediti da altra vegetazione, i rami che si protendono morti come scheletriche braccia che chiedono salvezza, i pochi frutti rinsecchiti e magri, pallido ricordo di carnose produzioni.

I castagneti abbandonati ci ricordano che la bellezza e la ricchezza sono uno scambio continuo tra natura e umanità, che una regala e l'altra conserva, cura, migliora e che quanto imparato lungo i secoli è ricchezza non misurabile, è dono di sapienza generosa.

Flavia Cellerino

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